La via dello Zen

In questo nuovo periodo di inattività pratica nelle arti marziali, ho iniziato a leggere e appena finito un libro che consiglio ad ogni praticante appassionato e cioè La via dello Zen di Alan W . Watts (io l’ho trovato nelle economiche Feltrinelli). E’ un libro di poco più di 200 pagine scritte da un professore di religioni orientali ma che questa volta non scrive di una religione nel senso comune ma di un “percorso di liberazione” e cioè un “struttura” filosofica che cerca di liberare e cioè portare alla luce quella parte della mente dell’uomo detta Originale e cioè quella che viene prima ed è alla base della mente basata sulle convenzioni sociali attuali. Detto questo vorrei subito dare un mio parere, una mia visione, e cioè affermare liberamente che la convivenza del proprio credo religioso con la pratica dello Zen è possibile. E’ vero che lo zen è pratica del buddismo ma è anche vero che il buddismo non è una vera e propria religione intesa come credo mono o pluri-teistico, almeno per quanto io ne possa sapere è più vicino appunto alla pratica di vita mistico/spirituale.

La visione che scaturisce alla fine della lettura è molto oggettiva. Non c’è nessuna traccia delle classiche uscite da guru post-moderno di cui spesso ci si trova invischiate in queste letture. Nessuna ricetta viene descritta per raggiungere un benessere superiore. Ma sopratutto non c’è un parere personale dello scrittore. I riferimento storici ed i riferimenti bibliografici sono tanti e complessi, questo delle volte rende pesante qualche passaggio, ma mai tanto da doverlo saltare.

Il “motto” del libro è sostanzialmente quello che lo Zen e la sua “pratica” sono la stessa cosa. Non esiste un fine e lo stesso cercalo è considerato un errore e quindi un allontamento dallo Zen stesso. La ricerca dello stato di liberazione e cioè del momento del risveglio (satori) è un qualcosa di sbagliato perchè ne prevedere una forzatura intenzionale, esso invece è istantaneo e spontaneo ma allo stesso tempo ne viene incoraggiata la costante ricerca. E’ una situazione mentale contradditoria. E’ un pò come se la mente cercasse di spiegare se stessa. Nella scienza l’osservatore e l’osservato di solito non coincidono mai, perchè dovrebbe essere così nella propria ricerca di liberazione?. Questa ricerca pratica incitata dalla pratica Zen è non solo, secondo l’autore e gli studiosi Zen, una prerogativa dei monaci taoisti o buddisti ma è possibile in ogni pratica nelle arti e nella vita quotidiana. Questo lo si consegue cercando di far coincidere passato e futuro (due concetti astratti) in una attimo presente eterno dove la meta del nostro praticare viene a mancare e resta solo il cammino del praticante nel sui continuo fluire godendo a pieno di ogni passo cercando un atteggiamento neutro in cui la mente convenzionale scompare. Questa situazione, secondo l’autore, viene incarnata nella società giapponese che ha radicato molti dei propri usi e costumi nei riti e nelle pratiche Zen.

Za-zen

Za-zen

Una delle pratiche più note è quella dello za-zen, cioè stare seduti per ore cercando di modulare il respiro rendendolo profondo. Anche questa pratica non è fine al satori e quindi allo stato di “illuminazione pacifica” del nirvana. Esso è solo, semplicemente, stare seduti. Secondo lo zen questo atteggiamento è sufficiente per trarne tutti i benefici. Altra pratica fondamente è quella degli haiku e cioè delle poesie molto brevi e semplici che racchiudono la spontanei e l’immediatezza dello zen e dei suoi concetti.

Credo che questo libro sia una fonte valida per mille riflessioni. Il praticante di arti marziali è uno dei tanti artisti che possono essere contaminati dalla visione Zen, ma sicuramente tutti ne possono solo beneficiare riuscendo ad avere quell’atteggiamento di pratica serena, che personalmente, credo sia il più produttivo.

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