L’Uke è il maestro

La scorsa lezione il maestro ha avuto un uscita che mi ha dato lo spunto per una riflessione che in molti anni non ho mai formalizzato nella mia ricerca. Nell’introdurre un pò cos’è l’Aikido ma in generale quale sia lo stile delle arti marziali giapponesi ad un piccolo gruppo di nuovi, dove io ovviamente ero compreso benchè di qualche settimana 😉 più vecchio, ha detto che “tra Tori e Uke, il maestro è l’Uke“. Cosa voleva dire?

Ovviamente ce l’ha un pò spiegato ma io vi riporto quello che ho capito io. Nell’allenamento delle arti marziali e quindi anche in quelle giapponesi, si è spesso in due per provare nuove tecniche in studio o per applicare ciò che si è imparato nel combattimento libero. Nel momento in cui uno dei tue attacca viene chiamato in giapponese Tori, quello che si difende è detto Uke. Fin qui niente di strano. Quello che però diventa importante capire è il rapporto tra i due. Chi attacca può essere bravo quanto vuole ma se il l’Uke non fa bene il suo lavoro è inevitabile che la tecnica non è “pulita” e cioè non ha perfette geometrie ed un efficacia piena perchè ci sono troppe varianti che entrano. Se invece l’Uke fa bene  il suo lavoro permettendo a Tori di entrare con le tecniche sia che siano colpi sia che siano leve e ribaltamenti, allora ci aiuterà nel nostro processo di apprendimento facendoci vedere quanto la tecnica funziona davvero e quando invece facciamo degli errori.

Cedevolezza

Cedevolezza

Questo lo sto vedendo ora nell’aikido ma mi rendo conto che anche nel karate deve essere presente. A differenza dell’aikido il karate ha meno tecniche codificate di coppia e quindi ci deve essere una buona dose di improvvisazione fin da subito. Se però chi parte per primo con l’attacco non è agevolato dall’uke che invece cerca di contrastarlo in modo poco educativo, è evidente che non ci sarà mai una fase costruttiva di studio ma sarà sempre un momento frustrante e distruttivo per entrambi. Questo punto secondo me diventa molto importante nel lavoro di coppia e soprattutto alla lunga crea anche un lavoro di gruppo, che migliora tutti, sia quelli più avanti che i principianti. So di essere pedante, ma credo che il karate da questo punto sia molto più deficitario. Il colpo come gesto è più “offendente” rispetto alla leva o al ribaltamento e questo crea automaticamente un momento di irrigidimento e difesa inutile perchè non si è nella condizione mentale di “studente” ma di “picchiatore”. Poi già lo so che molti penseranno che per strada l’uke non sta li a prenderle nel mondo migliore possibile, ma non credo che si possa avere le conoscenze della tecnica e di se necessarie durante un aggressione se non lo si è studiate bene prima nel dojo. Infondo le arti marziali hanno anche lo scopo dell’autodifesa.

Perchè questa riflessione. Per dire attraverso la mia esperienza che sono d’accordo col mio maestro e che l’Uke è davvero colui che nel suo imparare a cadere, parare, incassare ecc… permette anche al suo avversario di imparare a difendersi ed attaccare che poi è la base delle arti marziali. Anche il suo atteggiamento è più difficile perchè meno istintivo. Tutti si irrigidiscono e tendono a contrastare l’attacco, invece l’uke lo accetta lasciando che avvenga in modo libero senza per questo farsi del male. Insomma questo spunto mi ha ancora una volta ricordato la bellezza delle arti marziali giapponesi ed ha rafforzato quella unione tra corpo e spirito che ne è fondamenta.

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3 risposte a “L’Uke è il maestro

  1. Discorso molto interessante. Per come vedo io l’allenamento nelle applicazioni, almeno nel Tai Chi Chuan, i ruoli di chi impara e chi insegna non sono fissi. Certamente chi è più avanti ha più cose da insegnare al compagno di grado più basso, però allo stesso tempo, se è attento, ne impara molte di più. Almeno questo è quello che mi capita quando pratico con compagni di corso che hanno iniziato dopo di me.

  2. Interessante riflessione Marco, solo una precisazione piuttosto importante: colui che attacca in aikido è detto uke, mentre chi si difende è chiamato tori. In genere tori non para ma assorbe l’atemi iniziale o il movimento offensivo (sincero ma non aggressivo) di uke, inteso come “avversario” (personalmente preferisco chiamarlo compagno di pratica). Nel karate tutto ciò non avviene: si para, si blocca, chi attacca lo fa per colpire vincendo il confronto non per contribuire al miglioramente del compagno… punti di vista diversi di arti marziali effettivamente diverse 😉 un caro saluto e in bocca al lupo per il proseguo dei tuoi studi aikidoistici!

  3. Interessante la tua precisazione, che concordo essere importante. Sicuramente ne riparlerò col maestro per capire meglio il suo pensiero. Per quanto riguarda il karate, ti devo ancora dare ragione, ma solo per il fatto che non si fa, comunque credo che sarebbe meglio se lo si facesse. Se inizio la mia tecnica di studio con un kizami e poi con un gyaku tsuki (un classico) e subito chi subisce l’attacco la neutralizza ad esempio allontanandosi, secondo me quello che si ottiene è: io non ho capito se ho eseguito bene e non ho imparato a sentire il contatto mentre l’altro non ha eseguito la parata e non ha imparato lui stesso a sentire il colpo. E’ anche vero che ci sono vari tipi di allenamento che mirano a diverse caratteristiche. Ovviamente l’elenco delle cose che sono mancate potrebbe essere più lungo a seconda del livello di studio. Quindi anche nel karate avere un buon compagno nel kumite permette di migliorare entrambi. Su questo non ho dubbi. Negli anni inoltre ho notato che mi sentivo meglio nel kumite con chi sapeva creare lo scambio di studio (30% della forza) e di confronto e non di scontro.

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