Imparare a disimparare

non_pensieroNell’imparare un gesto e nel ripeterlo lungamente nel tempo c’è, a mio parere, il segreto del suo apprendimento. Ancora di più si trova lì quello che è l’interiorizzazione. Rendere cioè parte di se degli schemi di movimento e delle coordinazioni che non sono naturali ma che lo diventano appunto con la pratica ripetuta. Dopo molti anni si può arrivare ad una padronanza che io chiamo istintiva, il pensiero “si astiene” nel senso che non c’è più una consapevolezza del gesto esso avviene perchè deve avvenire. Tutto si condensa in un attimo brevissimo in cui il nostro istinto va a pescare tra i mille schemi nel nostro cervello e ne attiva uno, che è il migliore, ed è in funzione della situazione e del nostro stato psico-motorio. Questo secondo me è il non-pensiero.

Ora vi chiederete perchè vi parlo di questa mia riflessione. Ieri sera il maestro spesso variava la tecniche che mostrava a seconda di come la sentiva e parlando con noi nuovi arrivati, ha confidato che dopo molti anni lo scopo non è più l’interiorizzazione ma il suo contrario e cioè la consapevolezza razionale di quello che si sta facendo per non dimenticare e credo anche per migliorare, sia da dove arriveranno e come sia come vengono fatti, gli schemi gestuali ormai istintivi.

Facendo io un breve raffronto tra il Karate e l’Aikido, credo di poter dire che il rischio dell’eccessiva interiorizzazione sia più presente nell’Aikido. La fluidità e continuità dei gesti dell’aikido è molto trascinante ed i cambi di direzione sono nelle 4 direzioni (almeno a livello base) mentre nel karate sono da subito almeno 8. Questo porta, a mio parere, al lasciarsi trascinare dall’ “onda” dell’aikido. Nei Kata del karate invece, la presenza dell’alternanza di passaggi lenti con i passaggi veloci combinati a svariati cambi di direzione implica un pensiero diverso, più razionale e consapevole. Oltretutto anche la lunghezza delle sequenze, molto più lunghe di quelle dell’Aikido, richiede un presenza particolarmente consapevole, cosa che invece non è sempre vera per i kata più antichi che sono invece più corti e ripetitivi.

Quello che ho capito è che passare gran parte della pratica ad interiorizzare è solo il primo passo verso un passo successivo di rielaborazione consapevole di quello che stiamo eseguendo, trasformandoci da praticanti usufruitori in praticanti creativi. Va ricercato quindi il personale uso consapevole delle svariate possibilità che si conosco cosi profondamente da riuscire ad usufruirne direttamente inconsciamente. Questo richiede un lavoro che porti a smontare tutto ciò che si è imparato e quindi si debba imparare a disimparare.

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