La visione dell’avversario e di sè

immagine tratta da http://www.sk-budo.com

Vorrei condividere con i lettori di La Via del Chi alcune considerazione che mi sono venute spontanee dopo l’allenamento sul kumite di lunedì in cui ci siamo focalizzati nel lavoro di coppia sulla ricerca di una visione efficace dell’avversario durante lo scambio tecnico libero e poi anche su di una visione/gestione di sè stessi.

L’allenamento del kumite è sempre stato per me un banco di prova in cui saggiare il miglioramento del mio karate sia dal punto di vista fisico che tecnico ma anche spirituale-psicologico. La visione che cerco di affinare è quindi sia quella dell’avversario e cioè esterna alla ricerca di spazi liberi nella sua guardia ma anche una visione interna che pone l’attenzione su me stesso, spesso con senso critico, ma anche con uno sguardo di conoscenza e successiva accettazione dell’emozioni e dei limiti che inevitabilmente scaturiscono più o meno intensamente durante l’allenamento.

Nella visione dell’avversario il mio focus è multiplo ed alla ricerca di comprendere allo stesso tempo o comunque dopo pochi scambi:

  • Le caratteristiche atletiche dell’avversario come dimensione, peso e velocità di esecuzione.
  • Le impostazioni tecniche dell’avversario come guardia, calcio preferito, tecnica di apertura più efficace.
  • Caratteristiche psicologiche dell’avversario cioè il modo di reagire a stimoli come finte e cambi di ritmo.
  • Strategie preferite come saltello continuo, predilezione per le tecniche di incontro e altro.

Certo ci sarebbe da scrivere alcuni post su ognuno di questi argomenti e quindi non mi dilungo qui ma mi riprometto di tornarci.

Nella visione di sè invece il focus è incentrato soprattutto sulle mie reazioni istintive alla situazione cercando di lavorare sulle situazioni di crisi che di solito nascono da:

  • Difficoltà di trovare il varco per iniziare con una sequenza di attacco.
  • Percezione da parte dell’avversario del voler alzare il ritmo dello scontro e quindi un ansia crescente nel cercare invece di spezzare questa accelerazione.
  • Palese aumento della profondità e intensità dei colpi subiti che è indice sia di aumento del ritmo che dell’intensità dello scontro. Questo punto innesca inevitabilmente una sensazione di pericolo difficile da gestire.

Anche il kumite quindi, come il kata, concorre inevitabilmente ad un miglioramento tecnico-fisico ma soprattutto ad uno sviluppo psicologico-spirituale personale. Dico soprattutto psico-spirituale perchè senza la lucidità che scaturisce dall’aver superato alcune ansie la parte tecnica diventa inevitabilmente debole o quantomeno di scarsa efficacia.

Sono sicuro che molte delle cose che ho scritto sopra sono state vissute in prima persona da molti praticanti e quindi probabilmente sono considerate delle banalità, credo però anche che vederle scritte faccia nascere una consapevolezza diversa, in qualche modo più limpida. Spero però che i lettori di La Via del Chi vogliano condividere con noi le loro esperienze così da aggiungere aspetti che sicuramente ho omesso oppure focalizzando il commento su un solo aspetto che si vuole approfondire perchè lo si è vissuto con la profondità che soltanto la pratica dell’allenamento permette.

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