Quanti Karate ci sono?

Ok, la domanda non è chiara. Vediamo di fare un pò di chiarezza o comunque di mettere sul tavolo qualche spunto.

Di recente sto avendo uno scambio di opinioni con alcuni praticanti e sto riflettendo su di una questione e cioè sul fatto che nella testa di ogni praticante il proprio stile è il migliore, fin qui niente di male, ma nella testa di alcuni c’è anche un raggruppamento più grande che mette insieme più stili e modi di pratica sotto tre “categorie”:

  • Karate Sportivo.
  • Karate Tradizionale Giapponese.
  • Karate Tradizionale di Okinawa.

Personalmente mi son fatto alcune idee su tutte e tre le categorie.

Il Karate Sportivo è sicuramente quello più largamente praticato, ha come finalità l’allenamento fisico per le gare sportive sia di Kata che di Kumite. Tende a mettere l’accento sulla biomeccanica ed estetica del movimento per raggiungere obiettivi sportivi. Questa attenzione obbliga i maestri, anche di grado elevato, a modificare (non sempre semplificando) le forme proprie di quello stile smussando dove necessario. Si può aggiungere che è “derivato” dal karate tradizionale di solito giapponese. Il bagaglio tecnico di Kata e tecniche è minore (di solito) rispetto a quello della versione tradizionale e spesso attinge solo dalla parte fisica e tangibile.

Il Karate Tradizionale Giapponese è praticato da molti ed ha come finalità il benessere psico-fisico e la difesa personale. Ha come punto focale la creazione di uno stile di vita completo che permetta appunto di lavorare sul benessere della persona nel suo complesso. Si identifica con quegli stili come lo Shotokan, lo Shito e il Wado che sono nati in giappone da emanazioni del karate okinawese. Il bagaglio tecnico di Kata e tecniche è molto esteso e complesso spaziando sia sulla parte fisica che sulla parte psicologico culturale orientale.

Il Karate Tradizionale di Okinawa è praticato da pochi rispetto a quello giapponese e, per quello che ho capito, ha come scopo principale ed unico la difesa personale da strada. Si identifica coi seguenti stili:  Shorin-ryu (Kobayashi-ryu), Shorin-ryu (Sukunai-hayashi-ryu), Shorinji-ryu, Goju-ryu, Matsubayashi-ryu, Uechi-ryu, Ryuei-ryu, Motobu-ryu (Motobu Udundi), Shorin-ryu (Matsumura Seito), Isshin-ryu. Il bagaglio di forme è volutamente ridotto, sicuramente c’è molto sotto specialmente nelle tecniche da strada degli stili di combattimento propri di Okinawa come il Toudi.

Ora mi chiedo, ma non mi/vi do risposta: quale si può chiamare Karate originario? è necessario avere una risposta a questa domanda?

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6 risposte a “Quanti Karate ci sono?

  1. Purtroppo non condivido appieno quello che scrivi. Il karate che pratico, cioè quello tradizionale di Okinawa, è effettivamente praticato da pochi, ma non ha per niente come unico scopo quello di difesa da strada. Hai ragione a dire che il bagaglio di forme è ridotto rispetto al karate giapponese, ma non per motivi pragmatici, ma perché ha seguito un evoluzione diversa da quello giaponese. E’ universalmente riconosciuto che il karate è nato ad Okinawa prima che in giappone. Quando prese piede in Giappone esso si è arricchito spesso anche per volontà stessa dei maestri inserendovi ad esempio nuove tecniche, nuovi kata o addirittura ulteriori kata di origine cinese adattati dopo viaggi di ricerca in Cina seguendo una sua evoluzione per certi versi indipendente. Questo ha arricchito il karate sicuramente, poiché in effetti il karate di Okinawa era comunque molto giovane rispetto ad altre arti marziali dell’epoca e quindi non c’era stato il tempo materiale per incrementarlo tecnicamente e allo stesso tempo molti maestri di Okinawa lo ritennero completo così com’era pensando che l’arte appresa fosse qualcosa di immutabile, sacro e perfetto.
    Per questo credo che il karate di Okinawa sia quello originario. Ma come dici tu, ognuno difende il proprio stile, quindi non posso effettivamente parlarti obiettivamente.
    Posso solo dire che quando affermi che il karate di Okinawa ha come scopo quello di difesa da strada secondo me sbagli perché io identifico il mio karate con le dojo kun, che indicano il corretto atteggiamento del karateka. Il mio maestro di goju-ryu di Okinawa diceva che il karate era anche meditazione in movimento e che le finalità del karate erano molteplici (e quante cose ho scritto in passato su cos’è il karate che non voglio ripeterle), ma non sicuramente quella di combattere per difendersi, e non parlo di una finalità soggettiva, che ognuno può avere la sua opinione per carità, ma se identifico le finalità del karate con le parole dei maestri allora sicuramente i maestri di karate di Okinawa mai dissero che il karate serve principalmente a difendersi. Le finalità del karate di Okinawa sono, citando alcuni maestri, quella di saper sorridere in ogni situazione (proprio per evitare il combattimento) a detta di Seikichi Toguchi, per Chojun Miyagi il karate era Go-Ju, duro e morbido, una contrapposizione di estremi che convivevano in un tuttuno, un concetto filosofico di armonia zen per indicare che la finalità del karate era il fluire con il tutto, essere tutto, cioè l’illuminazione, per quanto riguardo Higaonna sappiamo benissimo come il buddismo abbia influenzato il suo karate nato dalla fusione effettiva dello stile da difesa da strada di Okinawa con l’Hequan.
    Per il resto condivido sicuramente quello che hai scritto.
    Che ne pensate?

    • Penso che il tuo ragionamento non è sbagliato e come dici tu è sicuramente “alterato” dall’attaccamento al proprio stile, come è prevedibile. Comunque, a mio parere, non essendo un praticante di stili di Okinawa e quindi riportando quello che leggo in giro, posso dire che proprio il Goju-ryu è considerato come uno dei 4 stili maggiori (giapponesi) ma anche come lo stile più vicino agli stili di Okinawa. Infatti ero indeciso se includerlo negli stili giapponesi o negli stili Okinawesi. La tua risposta però dissipa il mio dubbio ponendolo come ponte tra i due filoni. Comunque sono sempre interessanti i tuoi interventi e proprio questo meriterebbe un approfondimento soprattutto sul tema della fusione attuata da Higaonna tra buddismo e metodo di combattimento nativo giapponese.

  2. Il Karatè originario è una forma che non esiste, come hai letto nel Bubishi, si è evoluto dalla cina verso okinawa e poi importato in Giappone e da li messo nelle scuole sotto forma di qualcosa di semi innoquo. Non codificato come Jujitsu e poi Judo, ma purtroppo non ancora definito a causa della 2 guerra mondiale.
    Io ho la fortuna di aver praticato com Miura Masaro e da sempre vivendo nello Shotokan mi sono formato, ma ora che mi alleno con un Maestro nato nello Shotokan e poi emigrato nel GoJu-Ryu, posso apprezzare i due stili e prendere dai vari Kata quello che nello spirito nascosto si cela. Quel che tu spesso citi chiamiamolo “chi” ma se vuoi continuare a parlare di stili onuno apprezza quello che conosce e visto che è una disciplina che non conosce un momento di fine apprendimento puoi sempre spaziare e vedere cosa vi è negli altri stili. Saper cercare e crescere con questa vista è il fine ultimo della formazione marziale. Vedere oltre la forma …..
    Carlo Martinelli

    • Carlo, sfondi una porta aperta! quoto in toto le tue ultime frasi: “non conosce un momento di fine apprendimento puoi sempre spaziare” e “Saper cercare e crescere con questa vista è il fine ultimo della formazione marziale. Vedere oltre la forma …..”. Queste secondo me sono delle frasi su cui meditare e far proprie così da rendere ancora più profiquo il proprio studio marziale. GRAZIE!

  3. Io posso dirti quello che mi è stato raccontato da maestri giapponesi che conoscevano indirettamente Higaonna ma che sono i suoi più diretti successori nell’insegnamento dello stile da lui derivato.
    Higaonna era un mercante dell’isola di Okinawa, ed aveva appreso lo stile di lotta di Okinawa in particolare Shuri-te. In seguito alla morte del padre si trasferisce 16 anni in Cina dove impara le tecniche del Tempio Shaolin del sud da un maestro di nome Ryuko. Tornato ad Okinawa fonda il naha.te, ma al di là dell’aspetto storico è dell’aspetto spirituale che voglio parlare: l’innovazione del naha-te sta nell’unione dello stile autoctono con elementi oltre che di tecniche cinesi, anche con elementi quali la respirazione e l’uso dell’energia interna, per uno sviluppo armonico del corpo e dello spirito. Durante la permanenza in Cina impara anche l’arte della medicina cinese.
    Per i Dan superiori alcuni maestri del lignaggio di Higaonna chiedono attualmente per il conferimento dei gradi esami di medicina cinese.
    Inizia anche una visione etica del karate ispirata al buddismo. Il naha-te era insegnato in due modi, uno era un modo molto diretto per uccidere l’avversario, e questa era una forma privata, l’altro era una forma di educazione morale, insegnata nelle scuole.
    Il passaggio fondamentale sta in questo: le arti marziali cinesi ci arrivano dal lavoro dei monaci buddisti, che mediante esercizi sulla respirazione hanno determinato che l’uomo possiede dei punti energetici interni e che questa energia può essere sfruttata anche nel combattimento. Il buddismo porta in se anche determinati valori, come il rispetto e la non violenza. Higaonna era chiamato kensei, cioè “pugni santi”, per la sua forza fisica ma anche per le sue virtù morali che divennero leggendarie.
    Io credo che il tempo di permanenza in Cina di Higaonna lo abbia formato non solo dal punto di vista tecnico ma anche e soprattutto dal punto di vista spirituale. Quando tornò ad Okinawa egli dedicò la sua vita all’insegnamento di ciò che apprese, e lo insegno in maniera “sacra”, come un sacerdote del karate, e questo atteggiamento ieratico lo ritroviamo poi anche nel suo più grande discepolo, cioè Miyagi.
    Questo è in parte quello che mi hanno detto. Se poi ho scritto cose sbagliate, sono qua per imparare.

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