Sui kata, sull’energia, la fluidità e l’esplosività

Questo post è il primo GUEST POST di ‘La Via del Chi’ in cui un nostro lettore Maurizio stimolato dal mio post UNSU e l’esplosività calma ha voluto rincarare la dose e aggiungere alcune considerazione personali che trovate in questo post. Vi invito a leggere fino in fondo quanto scritto perchè credo sia pieno di spunti che io stesso annoterò e che sicuramente verranno trattati in questo blog.  – Marco

1) Sulla fluidità e sull’esplosività

Comincio da qui. Cosa si intende per tecnica fluida e per tecnica esplosiva? Le due cose non si escludono, secondo me, a vicenda. Il problema nasce da una serie di interpretazioni errate trasmessesi nel tempo. La prima riguarda il concetto di KIME, che non c’entra nulla con KI ma viene dal verbo KIMERU (decidere, stabilire, fissare in modo definitivo) indica il carattere di “decisione” di una tecnica o di un movimento, di un pensiero o di un gesto qualunque. Quando siamo esortati a mettere kime in una tecnica, o in qualsiasi altra movenza, dobbiamo pensare che quella  tecnica (uso ora solo questo termine, per comodo) sia definitiva, assoluta. Ciò non vuol dire, tuttavia, estendere l’arto, per esempio, al massimo, o allungare le gambe per un’apertura delle anche ai nostri limiti. Affinché ci sia vero kime, è importante conservare l’energia (e qui converrebbe una parentesi, visto che si tratta di temi collegati, rimando tuttavia a un altro capitoletto). Idem per l’aria, per il KIAI, per la contrazione muscolare ecc.

Estendere un gesto al limite significa “scaricare” quel gesto. Il KIME, in questo modo, va a farsi benedire. Ce se ne accorge facilmente colpendo un sacco, o un makiwara (non di quelli al muro, magari) o uno scudo retto da un amico. Se proviamo a eseguire un pugno estendendo il braccio al 100%, non andremo oltre quell’estensione. Ma se invece lasciamo che l’arto formi una “s” sia col gomito che col polso, allora basterà aprire un po’ di più le anche, ruotare appena i talloni e le spalle, e terminare un po’ l’estensione del braccio, per imprimere maggior “spinta”. Il pugno che deve mirare 20 cm oltre! non è solo un concetto ma un modo di eseguire il colpo.

Dunque una tecnica ben fatta non è quella scarica, ma quella ancora in parte carica, capace di esprimersi ancora e di farlo con KIME, risolutezza. La tecnica scarica è un errore di esecuzione in quanto in essa si consuma tutta l’enegia (cinetica non metafisica). Idem per i movimenti. Lo zenkutsu-dachi lunghissimo di certe scuole, è SBAGLIATO in quanto costringe a un’apertura eccessiva delle gambe, costringendo a uno sforzo enorme per proseguire il movimento.

Veniamo ora alla fluidità. Se la tecnica non è scarica, l’energia in essa ancora presente ci permette di realizzare subito un’altra (o altre) tecniche senza alcuna fatica. Ma se blocchiamo la tecnica per scaricarla, siamo solo immobili, non fluidi. La tecnica muore lì.

Pensiamo adesso all’esplosività. Quella viene PRIMA delle fluidità e ne è una possibile componente. La tecnica è esplosiva all’inizio, fluida nel mentre e alla fine. l’esplosività nasce dal “tamburello” (GAMAKU), la fludità dalla contrazione morbida dei muscoli che partecipano alla tecnica (MUCHIMI). Quindi, se uso l’anca in modo corretto, il tallone (che se rimane bloccato al suolo scarica il peso indietro, mentre esso andrebbe in direzione della tecnica) in modo attivo e le spalle con morbidezza (contrazione “a zone” degli , arti) il colpo potrà essere esplosivo e fluido al tempo stesso. Quindi esploasività e fluidità si completano a vicenda. E’ il principio del JU e del GO che si fondono tra loro. Una tecnica allora può essere esplosiva o “lenta”, ma sempre fluida. Se non è fluida, è morta (vedi i kata da gara, specie nello shotokan e nel wado, meno nello shito).

Il principio del pugno a contatto (vedi bruce lee) si può collegare a questo uso della “catena cinetica” (rabbrividisco all’idea di averlo detto) che comprende nel suo ciclo la spirale di tallone, anca, spalla, testa. Il tutto mentre si porta il baricentro in direzione della tecnica, e mai solo in basso o, peggio, in direzione opposta. Questo si vede bene nello shorin ryu tradizionale, ma anche nel kyokushin e nel “derivato” ibrido noto come kudo. Quindi, dire per esempio che un kata è esplosivo o fluido, non ha senso, visto che dovrebbe essere (ma in gara non lo è!!!) entrambe le cose al tempo stesso.

2) Sui KATA

I kata servono a tutto e a nulla. Se ne è detto tanto, e ora dico io la mia.

Il kata, per cominciare, NON E’:

a) non è un combattimento immaginario contro 1, 2 3 o 1000mila nemici
b) non è un esercizio “allenante” (meglio la corsa…)
c) non è un sistema completo di autodifesa
d) non è un balletto marziale, con o senza musica.

Vediamo allora che cosa è:

Per cominciare, un kata è una stilizzazione di tecniche, molte delle quali richiedono delle chiavi di lettura non sempre chiare. Soprattutto, però, il kata è un insieme di “suggerimenti”, ordinati spesso in sequenze tematiche. Per capire le chiavi, purtroppo, è utile conoscere discipline diverse (tipo il jujutsu), visto che molti dei significati si sono, ahinoi, perduti, e sfortunatamnte è necessario oggi ritrovarli, andando a naso. Questo è al tempo stesso un limite e un pregio, visto che consente uno studio via via più allargato nella riscoperta di cosa potesse essere il karate in origine o nelle intenzioni dei “padri fondatori”. Facciamocene una ragione: il karate è un sistema divenuto incompleto per numerose ragioni storiche, e va ricostruito perché sia completo.

Faccio ora un esempio pratico, ricorrendo a Pinan Nidan:

Uso la versione shito perché conosco questa (ndr. – e Marco apprezza). Vediamo la prima sequenza. Ci dicono spesso che è una parata in tetsui con conseguente pugno. Poi ci si gira in gedan-barai e si fa un altro attacco in tetsui.

Proviamo ora a ragionare in un modo diverso:

Prima tecnica: ok, uso tetsui (?!) per parare qualcosa. Magari un montante, che paro come capita col braccio o la mano, per poi afferrare il polso (quindi il pugno chiuso non è tetsui ma una presa, per esempio). Poi uso l’altro braccio, mentre tiro suddetto polso, per mollare un qualunque cartone, sbilanciando al contempo l’avversario in avanti (con lo hikite, che non vuole dire “pugno ritirato” ma “”mano che tira”).

A questo punto… mi giro e paro in gedanbarai?!  Diciamo che la mano che ha tirato il cartone va dietro il collo dell’avversario, che è già sbilanciato, come visto poco fa. Mi giro e uso la discesa del peso e la rotazione dell’anca per farlo cadere (magari cade proprio, o comunque viene squilibrato ancora di più. Provate e vedrete che funziona). Il secondo tetsui SUGGERISCE che l’avversario è ora in basso rispetto alla mia linea mediana. Lo colpisco con un “cartone” SCENDENDO col peso.

Ovviamente è una mia personale idea, ma penso che alle volte il kata, nell’incompletezza e nella vaghezza del sistema, diventi un ottimo strumento anche mentale e uno stimolo a vedute più ampie. TAISABAKI. Levarsi, a volte indietreggiare (sapevate che i nekoashi con parata andrebbero scivolati, tipico in molte scuole di okinawa?), o calare col peso per schivare in basso. Le parate non sempre sono parate. Uno shuto uke può essere un ottimo “osae” (controllo), concetto chiaro se si pratica il kakie o il chisao.

Il kata mi offre tre parate alte in sequenza? Magari sono ganci… chissà, o come suggerisce un mio amico, sono ottimi sistemi per contrastare un attacco di arma magari con dei tonfa o dei sai, sempre sul principio dell’osae. Non è detto che un kata non possa essere fatto con delle armi in mano, se lo riportiamo a 150 anni fa, in giappone. Non tutto può essere sempre attuale. Fatto sta che se un kata mi dice di fare qualcosa, non devo farla così come è, ma cogliere il suggerimento. Direzione, angolo, tipo di tecnica, ma non tecnica in sé. Altrimenti stiamo freschi: NESSUNA TECNICA di nessun kata funziona così come appare.

Quindi il kata non è un manuale di tecniche, quanto piuttosto un manuale di principi sui quali montare le tecniche, con suggerimenti formali utili unicamente alla trasmissione di chiavi che, però, in molti casi sono perdute e vanno per questo ricostruite, anche a costo di inventare qualcosa da appiccicare sul kata, basta che funzioni. Triste realtà, ma è così, di qui lo stimolo allo studio di altre discipline, per (orrore e raccapriccio!) migliorare questo imperfetto e incompleto karate, che ha tutto, ma non lo sa nessuno… che paradosso!

E come la mettiamo col kata e l’energia? cos’è questo KI?

Partiamo dall’ideogramma: 氣 questo ideogramma si legge KI (QI in cinese). indica semplicemente del riso che bolle. I cinesi avevano realizzato che se del riso bolle si genera vapore. Il vapore genera energia, ergo avevano intuito il concetto di caloria 🙂

KI – Non c’è altro da dire. Non è un’energia mistica, sebbene alcuni studiosi cinesi, ma non solo, abbiano elaborato complesse teorie “teosofiche” sul concetto di KI in relazione soprattutto alle reinterpretazioni del tao. Il concetto di KI è vicino anche a quello di PNEUMA in greco, o di SPIRITO inteso come “soffio vitale”. Senza addentrarmi in accademici ripassi di studi che partono dal PRANA e giungono all’idea di KI, mi limiterò a dire che il KI esiste, ma non è un superpotere.

Ho mai sentito il ki scorrere? forse.
Lo posso generare? no, in quanto esso non si genera.
Posso sparare l’hadoken? no, magari.

Ma allora, che è ‘sto ki? E’, in breve, l’energia vitale che ci anima, e che è quel “quid” che la scienza mai riuscirà a spiegare del tutto. E’ anche la capacità che abbiamo di regolare tale energia vitale al fine di ottenere risultati normalmente considerati “sorprendenti”. Quando eseguiamo lo shime di sanchin, se il ki non scorre in modo adeguato, sentiamo dolore. Ma se regoliamo il flusso del respiro, e lo accordiamo alla contrazione corporea, aiutiamo la mente a crearsi uno spazio tutto speciale grazie al quale ridurremo il dolore, innalzandone la soglia. In breve, la concentrazione aiuta a gestire il ki, che non è nient’altro che una manifestazione fisica, concreta, dell’energia vitale. Il toate esiste? boh, mai visto. Penso che egami fosse un visionario. Ma il ki c’è, comunque lo si voglia chiamare. E si può imparare a gestirlo anche per mezzo di certi esercizi formali… come i kata. Non aspettatevi lucine e colpi di energia. Possiamo sentire il ki a mo’ di formicolio lungo il corpo, quello sì. Ma niente di eclatante, niente di visibile, niente di super.

4) Sui kata come forma di meditazione

Il kata è… abbiamo detto, poco fa, che è un insieme di principi. Allora, se il kata contiene principi teorici e pratici (levati dalle balls se ti attaccano, scendi col peso, attacca qua o là…), allora esso richiede concentrazione. Concentrarsi equivale a una forma blanda di meditazione. Ripetere il kata a lungo, fino a “fondersi nella tecnica” (o perdersi in essa) è un processo meditativo e contemplativo. Il kata NON SERVE a meditare di per sé, ma al tempo stesso diventa una forma di meditazione (zen, per dirla in giapponese) in movimento. Esso non andrebbe praticato solo nella forma di base. Si può eseguire come waza-kata (immobili, anche in seiza, usando solo le braccia e le gambe se si è in piedi, ma senza enbusen), come tachi-kata (solo spostamenti senza tecniche), come “souzo-kata” (kata immaginato, a mo di mokuso), lento, veloce, tutto duro o tutto morbido. ma anche come “gyaku-kata”, ossia con le tecniche a specchio… insomma, il kata può essere studiato, smembrato, analizzato, diventando proprio una forma di meditazione.

E’ un effetto “collaterale”? O è stato pensato così? (non dai cinesi, ma dagli okinawensi, visto che in cina non vi è traccia di forme identiche ai kata del karate!) Chi lo sa? Comunque esiste ANCHE questa componente, che in ogni caso è utile come è utile fare training autogeno prima di un incontro di un qualunque SDC. Inoltre il ritmo del kata è scandito non solo dal movimento, ma anche dal respiro diaframmatico, che si connette direttamente al concetto di apertura e chiusura del tanden. Principio base della meditazione zen… utile a chiunque, anche a un cattolico o a un ateo (essendo lo zen una para-religione, e non una religione vera e propria, applicabile a tutto).

Attendo commenti, mi raccomando, sennò che scrivo a fare???  Grin

Maurizio di Stefano

 

immagine tratta da: http://shumpukandojo.wordpress.com/il-karate/i-kata/

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Una risposta a “Sui kata, sull’energia, la fluidità e l’esplosività

  1. Rispondo citando alcune frasi, sull’esplosività e sulla fluidità. Cito mio malgrado un artista marziale che io ritengo comunque un grande pensatore al di là dell’immagine mediatica creata e lasciata ai posteri:
    “gentilezza (fluidità) e fermezza (esplosività) sono la meta di un intero e soltanto insieme formano la vera Via del kung fu (ma io dire anche del karate-do). Sono forze inseparabili di un’incessante azione reciproca di movimento, concepite essenzialmente come unite, o come due forze coesistenti di un tutto indivisibile.(Bruce Lee – The Tao of Jeet Kune Do, The way of the stopping fist, Chinese Boxing from the jun fan gung fu institute, Manoscritti, 1967)”
    Quando sento dire il kata è tutto ed è niente, in parte sono d’accordo, ma sono convinto che il kata è anche meditazione in movimento, proprio un perdersi nella tecnica come è stato scritto. Cito a questo proposito un’altra frase di un saggio indiano: “Coloro che si concentrano solo sulla tecnica, sono prigionieri della loro esaltazione, ma non saranno mai filosofi delle discipline, qualsiasi esse siano.”
    Complimenti per l’intervento.

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