La marzialità nella pratica

Ieri sera mi sono allenato dopo un periodo di isolamento nel mio attuale dojo di riferimento. Ho fatto un periodo in solitaria per svariati motivi di cui adesso non è il caso parlare, ma che non ha fermato la mia ricerca di una evoluzione interiore del karate. Tornato dopo 2 anni ho visto che alcune cose non sono cambiate e altre si, peggiorando.

Come da titolo del post capite che quello che è mancato è la Marzialità.
Secondo la mia visione, le arti marziali sono  un condensato di rituali con significati profondi che mirano allo sviluppo fisico e spirituale del praticante. Tra questi rituali includo, sempre secondo la mia visione, tutte quelle etichette di comportamento come il saluto, il silenzio ed il rispetto per gli allievi con più anni di pratica. Il non rispetto palesato dalla non curanza di questi gesti denota poca comprensione della cultura da cui l’arte marziale attinge le sue caratteristiche.

Credo che il Saluto al Dojo è importante. Nella cultura animista giapponese i luoghi, qualsiasi essi siano, sono contenitori di spiriti a cui è necessario portare rispetto. Senza dover per forza credere nell’esistenza di spiriti, credo che un praticante dopo alcuni anni di allenamento nello stesso dojo, abbia in modo automatico generato un legame con quel luogo, la sua luce, l’odore, i rumori che in qualche modo aiutano ad entrare nell’atteggiamento mentale necessario per una pratica proficua. Non salutare con un inchino il dojo (all’ingresso e all’uscita) a me appare una mancanza di rispetto verso la pratica e verso l’arte che si va a praticare.

 

Credo sia fondamentale il Saluto al Maestro ed ai Compagni. Questa è la mancanza più brutta che stona completamente con la marzialità. Il maestro per primo deve essere salutato nel modo giusto. Iniziare un riscaldamento senza un saluto al maestro, anche se lui non lo pretende perchè distratto, io lo trovo davvero sbagliato. Non salutare i propri compagni, più alti in grado o con più anni di pratica sulle spalle, è sgradevole in modo eccessivo. Il rispetto è sicuramente uno degli insegnamenti della cultura marziale di ogni tipo, tanto più se estremamente ritualizzata come lo è nelle arti di provenienza giapponese.

Credo che il Silenzio sia dovuto. Per apprendere le arti marziali o comunque apprendere qualcosa da un Maestro è necessario mettersi in silenzio e aprire la mente. Non si è in palestra a parlare di calcio o di politica, questo non è fare Silenzio vero. E’ ammissibile che esistano diversi modi di fare silenzio ma ci sono dei limiti. Cosa rimane ad un praticamente dopo un lezione fatta a parlare, distrarsi con persone che passano (se un dojo è in una palestra che fa altro nel frattempo) tra una fase e l’altra dell’allenamento?
Questo credo sia proprio uno dei punti cruciali che fanno la differenza tra uno stile di pratica e l’altro. Non è solo un fatto concentrazione focalizzata ma è una questione di atteggiamento fondamentale e profondo che viene richiesto nel continuo percorso per migliorare se stessi.

Non prendete questo post come una lagna sul perchè gli altri non “giocano” come dico io. Per nostra fortuna gran parte delle arti marziali sono codificate fino al midollo e quindi non è il singolo praticante a decidere il “come e chi”, ma è l’arte stessa (Dojo Kun). Ovviamente in tutto questo devo dire che il mio Maestro non è deficitario, ma secondo me è svrastato dal fatto di voler tenere un gruppo che non riesce ad essere costante ed il modo che ha deciso per realizzare questo è la Bonarietà ed il Lassimo che purtroppo (o per fortuna) non sono tratti di un Arte Marziale ma che mantengono le iscrizioni. Voi cosa ne pensate? questi aspetti, nel vostro dojo, come vengono affrontati?

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5 risposte a “La marzialità nella pratica

  1. Osu Marco, bella la foto di quest’articolo, chi è il Tizio ? Mi sembra di averlo già visto :-) Scherzi a parte, c’è già in giro abbastanza gente che deride il modo di fare arti marziali, magari senza malvagità ma è pur sempre un parlare e fare che fa storcere il naso a chi ama invece il reigi, l’etichetta, di cui il dojo kun è una pietra miliare (non solo nel karate). Hai mai fatto caso che il 99% dei dojo di Karate scrive appunto “karate”? Non ti sembra manchi un suffisso, fondamentale. Il “do” è permeato di etichetta, senza fanatismi, ma con semplici regole morali da seguire, a partire dal maestro. Lungi da me criticare il lavoro altrui, ma quando ciò va a discapito del messaggio trasmesso alle persone, allora metto i puntini sulle i. Hai perfettamente ragione Marco, il saluto e il silenzio (ripeto senza fanatismi ovvero parla solo il sensei) sono la base per poter dire: io pratico arti marziali! un abbraccio

    P.S: ti lascio immaginare come affronto questi aspetti nel mio dojo (ti lascio un link riassuntivo: http://www.bsgt.it/download/downoload_gratis/A_etichetta_dojo.pdf )

  2. Arte Marziale. Spesso nelle parole c’è tutta la spiegazione. L’arte viene spesso ridotta a sport, se togliamo pure la marzialità che ci rimane?

  3. Parole sante, condivido tutto. Quando si entra in un Dojo non si entra in una palestra, do-jo è composto da do, via, e jo, luogo. Il mio maestro diceva che quando si entra in un dojo si entra in un tempio, in un luogo sacro. Non entro nel problema del karate visto solo come sport perchè qualcuno di voi sa come io abbia già provato in altri contesti a dire la mia, e per questo sono stato schernito e accusato da molti praticanti (ma ovviamente non ho cambiato idea).
    Il dojo è un luogo dove oltre alla tecnica si impara un’etica. Una serie di valori che ci accompagnano per tutta la vita, e il rispetto per gli altri è uno dei più importanti. Il saluto è importantissimo, in questo mondo pieno di egocentrismo e opportunismo a volte può essere utile imparare ad abbassare il capo. Un’altra regola del mio Dojo era la seguente: quando si arrivava in ritardo in un angolo ci si metteva a fare in solitaria il saluto, poi 20 flessioni e poi si ripeteva il saluto al maestro. Solo ad un cenno del sensei si poteva entrare nel tatami e condividere la lezione. Spesso nei corsi dei più piccoli se accadeva di sentire confusione il mio maestro li metteva a fare esercizi di Daruma Taiso veramente difficili dove si usciva stremati. Ciò accadeva raramente perchè gli allievi sapevano bene a cosa andavano incontro se la lezione non era tenuta con rispetto. Un’altra cosa importante erano le lezioni teoriche dove il sensei insegnava la storia degli antichi maestri e l’origine delle tecniche, e questo portava ad avere rispetto per quei maestri, per le loro gesta e nel credere che il karate sia ben altro che sport. Non voglio dire che il mio dojo sia il migliore per il semplice fatto di non averne provati altri ma a parlare con altri praticanti sembra che in alcuni dojo manchino le dojo kun, la marzialità, il silenzio, il saluto, che il karate sia visto solo come mero sport e agonismo, che non ci siano lezioni teoriche e che gli interessi econimici (gare, federazioni, stage a pagamento, coppe e medaglia) abbiano preso il sopravvento sul VERO karate-do. E questo mi rammarica molto. Ed è anche per questo che scrivo in questo blog, perchè leggo quanto credete nell’arte e nei valori delle arti marziali, quelli veri.

  4. Fabio, a noi fa molto piacere che tu scriva nel nostro blog. Ci fa piacere perchè anche noi sentiamo questa affinità di vedute. Comunque ho scritto al mio maestro per cercare di capire cosa sta succedendo nel nostro dojo. Mi son permesso perchè ci conosciamo da molti anni e il suo maestro è stato anche il mio per alcuni anni. Spero davvero che qualcosa si smuova verso il Do e quindi verso una pratica più vera che secondo me non può prescindere dai capi saldi che ho ricordato in questo post.

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